8 marzo

Cultura - Attualità



E´ una festività celebrata l´8 marzo di ogni anno, che intende ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, che le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo.

Nel corso degli anni la ricorrenza sta perdendo in molti paesi l´originario significato di lotta e di protesta per assumere una connotazione di mero carattere commerciale.

Nella settimana in cui cade l’8 marzo le associazioni di donne organizzano manifestazioni e convegni cercando di sensibilizzare l´opinione pubblica sui problemi che pesano ancora oggi sulla condizione della donna, ma la festa è attesa soprattutto dai fiorai che in quel giorno vendono a prezzi esorbitanti una grande quantità di mazzetti di mimose, divenute il simbolo di questa giornata, e dai ristoratori che vedranno i loro locali affollati; la grande maggioranza delle donne approfitterà di questa giornata per uscire con le amiche e concedersi una serata diversa, magari all´insegna della trasgressione, che può assumere la forma di uno spettacolo di spogliarello maschile.


Perché svilire questa occasione?

E’ il giorno in cui cominciare, semmai, a pretendere rispetto.

Il rispetto non è ossequio, deferenza, riverenza. E’ attenzione, considerazione e riguardo per le persone, le istituzioni e le cose. E’ la prima categoria d’ogni forma educativa che non può essere insegnata, ma che si apprende con l’esempio, la prassi, l’imitazione e l’identificazione.

La polemica sulle veline e il ruolo delle donne ha due volti. Quello dello stereotipo allegro e quello dell´umiliazione. Le donne non si ribellano allo sfruttamento della propria immagine che governa tv e pubblicità dove il richiamo sessuale (unilaterale, non paritario) è l´unico segno di appetibilità.

Volti e corpi reali sostituiti da plastica, seni gonfiati e labbra mostruose.



Erik Gandini, autore del documentario Videocracy, così si esprime in merito alla donne in TV: “La mia impressione, entrando in questo mondo, è stata che le donne fossero ridotte ad essere una specie di presenza di scenografia, dello sfondo; non sono presentate in tv come degli esseri pensanti con una volontà propria, vengono trattate come una specie di elemento puramente feticistico nel mondo della televisione che ho raccontato nel film. Io ho due figlie e mi farebbe una tristezza pazzesca se loro crescessero pensando che è il loro corpo ad essere lo strumento principale di affermazione in Italia.

Penso che sia arrivata l’ora per le donne in Italia di infuriarsi e di stravolgere la situazione, perché l’Italia, come racconta il film, è molto in basso nella classifica internazionale della parità dei sessi. Non si può evitare di vedere che questo è uno dei prezzi che la rivoluzione culturale della televisione commerciale ha portato con sé.

Ogni comunità sviluppa un sistema di valori che diventa normale in quel gruppo, e in Italia è diventato normale che le donne vengano usate per pubblicizzare ogni cosa praticamente svestite, cioè che il loro corpo sia uno strumento di marketing, ma penso che sia arrivato il momento di mettere in discussione tutto questo.


C’è chi dice “agli italiani piacciono tette e culi”. Io penso che non sia così, credo che non sia una cosa totalmente casuale ed arbitraria. Chi fa cultura televisiva e che può decidere sul controllo di questi programmi ha una responsabilità enorme, ce l’ha nei confronti dei nostri figli, per cui ha la responsabilità dell’idea di donna che trasmette. Non bisogna assolutamente rassegnarsi, dire che è una questione genetica dell’italiano medio. Non si può solo pensare al profitto, al massimizzare lo share di pubblico.”






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