Al san raffaele scoperta una nuova strategia terapeutica contro l’aids.

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Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele e dell’Università Vita-Salute San Raffaele ha trovato e verificato una nuova strategia per combattere l’AIDS: somministrare un solo farmaco a quei pazienti costretti a sospendere la cura a causa degli effetti collaterali o perché risultava inefficace.


Lo studio, condotto su 58 pazienti malati di AIDS, è stato pubblicato sul numero del 4 aprile della rivista di immunologia AIDS, la più importante del settore, all’interno della sezione Fast Track, una rubrica che raccoglie gli articoli che per il loro interesse pubblico devono essere resi noti con maggiore rapidità.


Il virus dell’HIV ha per sua natura numerose mutazioni e per questa ragione i pazienti assumono terapie farmacologiche complesse, i cosiddetti “cocktail”, che possono però essere troppo aggressivi per l’organismo o non essere efficaci contro tutte le diverse varianti del virus. Per migliorare la qualità di vita dei pazienti è stata studiata a lungo la possibilità di interrompere completamente per alcuni periodi i farmaci, ma questa strategia è pericolosa perché il rischio di ammalarsi di AIDS è più alto. In questo intervallo di tempo infatti la carica virale della malattia, cioè della quantità di virus all’interno del sangue, aumenta e le difese immunitarie diminuiscono.


I ricercatori del San Raffaele hanno proposto, verificandone l’efficacia con questo studio, di non abbandonare tutti i farmaci ma di continuare almeno l’assunzione di un particolare farmaco, la lamivudina, già comunemente usato nel trattamento dell’AIDS. Questo per sfruttare una caratteristica peculiare del farmaco, ovvero la sua capacità di “bloccare” tutte le varianti del virus dell’HIV tranne quelle con una particolare mutazione, chiamata M184V, meno abili delle altre nel replicarsi e meno aggressive nei confronti del nostro sistema immunitario. I pazienti malati di AIDS, infatti, hanno nel loro organismo più varianti del virus.


“Secondo uno schema classico”, spiega Antonella Castagna, primo autore della ricerca e infettivologa dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele “una terapia che non funziona generalmente viene abbandonata e viene sostituita con farmaci nuovi. L’idea invece della nostra strategia è salvare un elemento della terapia e dimostrare che può ancora essere un arma valida contro la malattia. Avere nell’organismo del paziente quasi esclusivamente un virus più debole permette di limitare l’aumento della carica virale nel periodo di sospensione della terapia farmacologica. I vantaggi di ordine pratico sono la possibilità per il paziente di interrompere il trattamento per un tempo più lungo con un maggiore recupero e da parte dell’organismo senza diminuire troppo le difese immunitarie, una minore tossicità rispetto ai farmaci e la possibilità di avere un maggior numero di farmaci nuovi da tentare in futuro”.


Sottolinea Adriano Lazzarin, docente di Malattie Infettive all’Università Vita-Salute San Raffaele e coordinatore dello studio: “È importante precisare che questo utilizzo della lamivudina non vuole sostituire la terapia antiretrovirale classica ma punta a dare un aiuto all’organismo di quei pazienti che sono costretti a interrompere per un periodo questo trattamento e limitare così il ritorno del virus. Saranno necessarie ulteriori sperimentazioni e ancora alcuni anni di ricerca, ma questa terapia potrebbe avere importanti ricadute cliniche”.


Obiettivo della terapia antiretrovirale per l’AIDS è inibire la replicazione del virus, cioè tenere bassa la quantità di virus presente nell´organismo. Non è ancora possibile, infatti, eliminare completamente l’HIV ma grazie alla combinazione dei trattamenti oggi disponibili è possibile aumentare notevolmente le difese immunitarie in quasi tutte le persone colpite. Oggi non esiste un singolo farmaco in grado di curare l´Aids; esiste però un gruppo di farmaci, chiamati antiretrovirali, che possono essere combinati tra loro e impiegati per contrastare la proliferazione dell´HIV. L’esigenza di interrompere la terapia antiretrovirale sorge per vari motivi: tossicità a breve o lungo termine della terapia anti-HIV; necessità nei pazienti che hanno fallito più schemi di terapia antiretrovirale di far tornare il virus alla forma originaria che è molto più sensibile ai farmaci rispetto alle forme mutate; richiesta da parte del paziente; scarsa aderenza alla terapia da parte del paziente e conseguente rischio di sviluppare resistenza ai farmaci. Purtroppo l’interruzione della terapia porta a un aumento della replicazione del virus HIV e alla conseguente perdita graduale delle difese immunitarie. Per questo è molto importante che l’eventuale sospensione terapeutica non sia una decisione arbitraria del paziente ma avvenga sempre dietro parere e sotto stretto controllo del medico.


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