Al vittoriano un viaggio attraverso il cammino artistico e umano di munch.

Cultura - Arte



Prestiti dai più noti musei internazionali e dalle principali sedi espositive norvegesi testimonieranno l’angoscia esistenziale moderna che pervade l’opera di Munch e caratterizza la poetica espressionista: “ecco urlare la disperazione: l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’Espressionismo” (Herman Bahr, 1916).


Le tele di Munch sono popolate da spettri della mente, fantasmi dell’anima, inquietanti presenze dai volti simili a teschi che in una immobilità glaciale ci fissano ora da desolanti interni claustrofobici ora da paesaggi nei quali cieli infuocati si tingono di rosso sangue o di violetti lividi e luttuosi. “I miei quadri sono i miei diari” scrive l’artista e nelle sue opere scrive e riscrive la sua vita in un racconto che si fa visione. La mostra ripropone al visitatore una biografia per immagini che diviene, d’altra parte, paradigma universale della sofferta condizione umana: la pittura trasforma l’esperienza singola in specchio del mondo. “La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere…” . E quel senso di morte che pervade tutta la sua produzione pittorica come un’ombra ineluttabile, incombe sul giovane Edvard Munch, nato il 12 dicembre 1863 a Löten, in Norvegia, sin da quando a soli cinque anni perde la madre e a quattordici vede morire la sorella. “Nella casa della mia infanzia abitavano malattia e morte. Non ho mai superato l’infelicità di allora… Così vissi coi morti.”


Le opere esposte sono creazioni che ci parlano di un’arte che affonda le sue radici nella visionarietà del romanticismo nordico ma che assorbe anche le suggestioni dei drammi di Ibsen e Strindberg, della filosofia esistenzialista di Kierkegaard, della psicanalisi di Sigmund Freud.


Munch, inizialmente iscritto ad un Istituto Tecnico per diventare ingegnere, nell’autunno del 1880 decide di fare il pittore esordendo con soggetti familiari di un naturalismo quasi intimista. Importanti per la sua formazione i viaggi a Parigi (1885) e i soggiorni nel sud della Francia, in Italia e in Germania. Ma ben presto abbandona nella tecnica e nei contenuti la solarità dei colori puri impressionisti; le vibrazioni luminose dell’Impressionismo si trasformano in fremiti psichici e anche la linea arabescata dell’Art Nouveau lascia spazio a linee dagli ondeggiamenti ritmici quasi musicali che racchiudono un colore allusivo di una condizione esistenziale che trae origine non dal mondo esterno ma dall’interiorità. “Non si possono più, scrive Munch, dipingere interni con uomini che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi che respirano e sentono, soffrono e amano. Sento che lo farò – che sarà facile. Bisogna che la carne prenda forma e che i colori vivano.” Il sentimento dell’esistenza al posto dell’oggetto; l’esperienza emotiva del proprio Io che si dilata in malessere cosmico e diviene la vera fonte di ispirazione dell’artista moderno.


È il 1908: qualcosa si spezza nella mente di Munch e la follia esplode. “Un uccello da preda si è fissato dentro di me. I suoi artigli sono penetrati nel mio cuore, il suo becco ha trafitto il mio petto, e il battito delle ali ha offuscato il mio cervello”. Completamente svuotato da una psicosi ossessiva, da dilanianti manie di persecuzioni e da allucinazioni che gli procurano una paralisi degli arti, il pittore rimane per otto mesi in una clinica di Copenaghen. Poi l’esilio, cercato e voluto come un’ancora di salvezza agli incubi ossessivi della sua mente. Torna in Norvegia, sceglie di vivere lontano dalla città, cullato dai ritmi semplici di un villaggio, a contatto con la natura. Tra sé e il mondo frappone il recinto del proprio atelier; i suoi quadri diventano baluardi contro la pazzia, “guardie del corpo” contro il grido straziante dell’anima.
In mostra, splendida la litografia de L’urlo (1895), dolorosamente intensa nell’incisività delle linee quasi gorghi di una mente che non sa più contenere l’angoscia. Le mani portate alle orecchie in una sigla che ricorre in tante altre composizioni, non servono a non sentire un urlo che parte da dentro e invade l’universo intero in un tramonto dalle tinte solforose che prelude all’inferno di una mente malata.


Munch replica instancabilmente i suoi soggetti, le proprie ossessioni, alla ricerca di una catarsi, di una soluzione al dolore. La coazione a ripetere gli stessi temi è una vera e proprio scelta: “se riprendo più volte un tema è per calarmici dentro più profondamente. Un’immagine non si esaurisce in un unico dipinto. Ogni versione rappresenta un contributo al sentimento della mia prima impressione”. Lo stesso accade nel momento in cui Munch parla con la pittura dell’amore. La donna è angelo e demonio, Madonna e Vampiro allo stesso tempo; su tutto aleggia il senso di colpa e la tentazione, il desiderio e la paura; l’erotismo diviene un’ossessione che dà le vertigini e conduce ad un piacere dal sapore di morte.


Nel 1937, ottantadue dipinti di Munch vengono bollati dai nazisti come “arte degenerata”. L’artista muore di polmonite a Ekely in una fredda giornata del gennaio 1944. Lascia tutti i suoi averi in eredità al Comune di Oslo ove, nel 1963, è inaugurato il Museo a lui dedicato.


MUNCH 1863 – 1944


Roma – Complesso del Vittoriano


Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)


giovedì 10 marzo – domenica 19 giugno 2005


Costo del biglietto: € 9,00 intero; € 7,00 ridotto


Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 –19.30; venerdì e sabato 9.30 – 23.30; domenica 9.30 – 20.30


Per informazioni: tel. 06/6780664


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