Atipici e stressati:ecco i nuovi lavoratori italiani.

Economia - Lavoro



Atipici, poco protetti e stressati. Sono questi i caratteri distintivi dei nuovi lavoratori italiani, secondo la ricerca effettuata dall’Eurispes, prima anticipazione del Rapporto Italia 2005, sul lavoro flessibile. Una condizione professionale, questa, che coinvolge non solo i più giovani, se consideriamo che il campione rappresentativo di 446 persone intervistate dall’Eurispes apparteneva ad una fascia d’età compresa tra i 18 e i 39 anni.


Tra i partecipanti al sondaggio il 61,7 per cento degli uomini e il 62,8 per cento delle donne affermano di aver sempre lavorato con contratti atipici. Condizione, questa, che, soprattutto per i lavoratori che hanno ormai raggiunto la piena maturità anagrafica, ha assunto un carattere permanente. I dati relativi al titolo di studio rivelano, inoltre, come lo status di lavoratore atipico caratterizzi anche la maggior parte del segmento più qualificato dell’offerta di lavoro (più della metà possiede un master o una specializzazione post-laurea). La stragrande maggioranza del campione (89,7 per cento), infine, è celibe o nubile.


“La flessibilità purtroppo”, afferma Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, “in Italia è stata interpretata soltanto come possibilità per l’imprenditore di modificare in qualsiasi momento le condizioni del rapporto di lavoro (e quindi anche le modalità di cessazione del rapporto di lavoro) con il proprio dipendente e non come strumento in grado di rendere flessibile l’organizzazione stessa del lavoro. Si è trattato di un tipo di approccio fallimentare e i risultati, dopo l’edificazione di un modello normativo tutto sommato coerente nei suoi principi ispiratori e nei suoi istituti giuridici, sono sotto gli occhi di tutti, viste le performance negative del nostro sistema economico negli ultimi 4 anni”.


In relazione alla tipologia di contratto, i lavoratori atipici si dividono fra contrattati a “a progetto”, in possesso di un contratto occasionale o di uno di tipo subordinato a tempo parziale, collaboratori coordinati e continuativi (nonostante il co.co.co. sia stato abrogato alcuni mesi fa, si applica ancora nella Pubblica Amministrazione e nel caso in cui il contratto non sia ancora scaduto), lavoratori tramite agenzie interinali e tramite contratto d’inserimento. Nonostante ciò, la maggior parte degli intervistati ha già raggiunto una certa maturità professionale. Si tratta, infatti, di persone per la maggior parte dei casi pienamente inserite nel mercato del lavoro da diversi anni, pur non essendo ancora riuscite ad approdare ad una situazione professionale stabile.


Gli intervistati hanno investito nell’attuale esperienza di lavoro buona parte della propria vita lavorativa: il 57,5 per cento degli uomini ed il 52,6 per cento delle donne lavora con l’attuale datore di lavoro da un periodo di tempo considerevole: da almeno un anno, da 2-3 anni o più. Il dato più rilevante è sicuramente quello relativo a quel 51,4 per cento di intervistati che lavorano da oltre 3 anni con l’attuale datore di lavoro con contratto atipico, pur avendo un’esperienza professionale ultradecennale. La subordinazione caratterizza soprattutto le condizioni di lavoro dei collaboratori coordinati e continuativi e dei lavoratori a progetto, mentre riguarda una parte minoritaria dei lavoratori occasionali.


Gli stipendi dei lavoratori atipici, non sempre percepiti con scadenza regolare (c’è chi viene pagato ogni 2/3 mesi, ogni 4/5 mesi o addirittura alla consegna del lavoro) nel 76,5 per cento dei casi non superano i 1.000 euro netti al mese (le più penalizzate sono le donne, il 30 per cento delle quali non percepisce più di 400 euro). Di tali livelli retributivi i lavoratori atipici si dichiarano poco o per nulla soddisfatti, anche perché vi si aggiunge in moltissimi casi la mancanza di adeguate tutele sociali (malattia, maternità, sicurezza sul lavoro) e sindacali (inerenti, ad esempio, il diritto di sciopero).


Circa i 2/3 degli intervistati, dunque, lamenta la difficoltà di fare progetti o effettuare determinate scelte. Per loro la flessibilità non genera un maggiore controllo sulla vita, ma ostacola la capacità progettuale, minando alla base la possibilità di operare qualsiasi pensiero sul futuro. Per molti così il fatto di non avere un lavoro sicuro e stabile si trasforma nella causa principale di stati di ansia, stress e depressione.


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