Caldo: conta più l’effetto urbano che l’effetto serra.

Tecnologia - Ambiente



Chi vive in città, cioè oltre la metà della popolazione mondiale, deve fare i conti più con l’effetto urbano che con il cambiamento climatico globale. E se il global warming ha comportato un aumento delle temperature medie di 0.5-0.6° C in un secolo, nello stesso periodo l´effetto nelle grandi realtà urbane è stato in molti casi superiore. Ad esempio, la città di Milano in 158 anni ha manifestato un aumento complessivo della temperatura dell’aria al suolo di 2.54° C per le massime e di 0.88° C per le minime. Non privo di conseguenze, visto che, durante l’ondata di calore del 2003, ci sono state oltre 35.000 morti in eccesso nella sola Europa occidentale, e 4.175 decessi in più rispetto all´anno precedente in Italia.


Lo studio degli effetti che architettura, morfologia urbana, materiali ed usi degli spazi hanno sul benessere dei cittadini, è stato al centro del convegno dal titolo Il respiro della città - strumenti per gestire lo sviluppo urbano: uomo, benessere e ambiente urbano nell´era tecnologica, che si è tenuto a Ferrara il 17 giugno, organizzato dal Cnr.
“Mentre il tema del riscaldamento globale”, sottolinea Federico Margelli, ricercatore dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Bologna, “ha vasta eco nel mondo scientifico e sui mezzi d’informazione, assai limitato è oggi il dibattito sul riscaldamento dello strato limite (lo strato atmosferico più vicino al suolo la cui altezza varia da poche decine di metri a circa 1000-2000 metri) dovuto all’urbanizzazione”. Il principale fattore che determina le caratteristiche dello strato limite è il bilancio energetico di superficie, che in ambito urbano è condizionato dalle caratteristiche di riflessione e assorbimento dell’energia solare dei materiali utilizzati, dalla struttura della città (canyoning urbano) e dall’attività antropica.


La presenza della città agisce prevalentemente sull’albedo, frazione della radiazione solare riflessa verso lo spazio. Infatti, nel caso di vegetazione spontanea o coltivata, l’albedo è dell’ordine del 20-30 per cento, mentre nelle città il valore è mediamente più basso, fino a valori inferiori al 5 per cento nel caso di superfici asfaltate. “In altri termini”, prosegue il ricercatore, “la superficie urbana assorbe più energia solare rispetto alle aree rurali. Inoltre, la città stessa è fonte di produzione di energia, che si va a sommare a quella della radiazione solare incidente, a causa delle attività antropiche principalmente legate al riscaldamento, o più in generale al condizionamento della temperatura indoor, e trasporti. In complesso dunque la città è più ricca d´energia rispetto alla campagna e tale squilibrio si acuisce ulteriormente in virtù delle fonti di calore primarie”.


Il convegno di Ferrara nasce dalla realizzazione di un gruppo di lavoro coordinato dall’Istituto di Biometeorologia (Ibimet) del Cnr di Bologna e composto da vari centri di ricerca pubblici e privati, Università e imprese, formatosi in occasione della presentazione del progetto europeo HEAT- Human Environment from Architectural Technology, attualmente in fase di valutazione da parte della Commissione Europea. Il progetto ha l’obiettivo di analizzare come la morfologia urbana e la sua architettura influenzano il microclima urbano al fine di ottenere un qualche strumento di pianificazione urbanistica e di valutazione delle soluzioni adottate, nell’ottica di incrementare la capacità di realizzare città che meglio si adattino alle molteplici e variabili esigenze, non solo di comfort fisico, dei suoi cittadini.


Tag:


Presente in:

Tecnologia - Ambiente

CONDIVIDI CON I TUOI AMICI E CONOSCENTI
Partecipa anche tu alla discussione *
Elenco articoli in archivio
Selezionare l'anno

(non ci sono ancora articoli in archivio per questa sezione)