D come donna

Economia - Donne al lavoro



Il convegno ha offerto un concreto spunto per riflettere a tutto tondo sulle persone adulte quale “risorsa”, soprattutto a fronte dell’aumento delle aspettative di vita, dell’innalzamento dell’età pensionabile, della riduzione dei tassi di natalità, e ha aperto inoltre il dibattito alla ricerca di soluzioni che, per equilibrare tendenze divergenti rispetto all’incidenza dell’età nei percorsi lavorativi, implicano una revisione delle politiche del lavoro, dell’orientamento, della formazione, del welfare e delle pari opportunità, finalizzate allo sviluppo dei nostri sistemi economico-sociali.

L’occasione offre lo spunto per riflettere sul ruolo che le donne possono e debbono avere nel sistema lavoro.


Otto anni fa il governo norvegese ha approvato una legge che obbliga le imprese ad avere almeno il 40 per cento di donne nei consigli di amministrazione e oggi altri paesi europei stanno pensando di adottare provvedimenti simili. Otto anni dopo lo shock causato da un così drastico provvedimento, i risultati parlano chiaro: se inizialmente le donne norvegesi erano presenti solo al 7 per cento nelle direzioni aziendali, e appena il 5 per cento degli amministratori delegati erano donne, oggi la percentuale di donne ai vertici delle circa 400 imprese coinvolte si aggira attorno al 40 per cento, e nelle aziende private le donne occupano un quarto delle posizioni direttive.


Per molte femministe si tratta della mossa più coraggiosa mai adottata per abbattere una delle più persistenti barriere all´uguaglianza di genere. E il resto del mondo se ne è accorto: Spagna e Paesi Bassi hanno adottato leggi simili, ponendo il termine per l’adeguamento al 2015. Il senato francese discuterà a breve una legge che introduce una quota femminile entro il 2016, dopo che il provvedimento è già stato approvato dall´assemblea nazionale a metà gennaio. Belgio, Gran Bretagna, Germania e Svezia stanno prendendo in esame misure simili. 


Nel 2007, uno studio McKinsey più grandi compagnie europee ha riscontrato che quelle con almeno tre donne nei loro consigli di amministrazione superavano del 10 per cento la media delle quote di capitale delle altre aziende del settore, e che il netto dei loro ricavi era quasi il doppio. La ricerca non attribuiva semplicisticamente questi risultati alla presenza delle donne, ma stabiliva che le aziende con una maggiore diversità di genere ai vertici tendevano ad avere una gestione e un´organizzazione migliori.


Non tutti sono d’accordo sull’equazione “più donne = migliori risultati”, ma certamente non è possibile perdere ancora del tempo prezioso discutendo di (francamente) umilianti “quote rosa”.

A quando un provvedimento altrettanto coraggioso anche in Italia?



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