Dolore: meglio curarlo che resistergli.

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Di fronte ad un qualsiasi tipo di dolore come reagiscono gli italiani? Innanzitutto resistono. È quanto ammette il 61,4 per cento degli intervistati da Demoskopea, che ha rilevato un diffuso atteggiamento di radicata diffidenza nei confronti dei farmaci.


Solo il 20,2 per cento va dal medico e solo il 18,4 per cento ricorre ad una medicina al momento dell’insorgere del dolore. Variano di poco queste reazioni tra uomini e donne. Resiste, come risposta immediata, il 65,4 per cento degli uomini e il 64,3 per cento delle donne. Poco superiore nelle donne è, invece, il ricorso ai farmaci. Nei sei mesi precedenti al sondaggio, oltre la metà degli intervistati dichiara di non aver mai avvertito dolore. “Questi dati –spiega Carlo Gargiulo, medico di famiglia – sembrano dimostrare che almeno la metà degli intervistati non ha avuto dolori acuti importanti negli ultimi mesi. Se però li confronto con ciò che avviene quotidianamente nel mio studio, ho piuttosto l’impressione che le persone tendano a dimenticare il dolore passato senza lasciare traccia. Quando questo compare però il paziente quasi sempre si rivolge al medico, magari solo per informarlo. E ciò in fondo conferma il risultato dell’inchiesta: che i cittadini sono restii ad assumere farmaci antidolorifici”.


L’atteggiamento generale, dunque, sembra essere quello di chiedere un parere al professionista e, dopo aver ricevuto conforto sulla benignità del dolore, tendere a rifiutare l’intervento farmacologico. Chi invece per superare la crisi ricorre ad un farmaco, lo fa subito. Entro un’ora nel 48 per cento dei casi; dopo qualche ora nel 18 per cento, o dopo qualche giorno nell’8 per cento. C’è, dunque, anche tra chi ricorre ai farmaci, un certo stoicismo. Un altro 7 per cento sostiene, infatti, di resistere “fin che può”.


William Raffaeli, direttore di Terapia Antalgica e Cure Palliative, ricorda, a commento dell’indagine, che “non esiste il dolore utile” e sottolinea come sia importante insegnare che il dolore va curato: vi sono medicine e strumenti per farlo e strutture, in Italia, a cui rivolgersi”. A tale proposito FederDolore, che riunisce i centri di terapia del dolore, sta costruendo una rete per far conoscere ai cittadini, ma anche ai medici, le nuove capacità di cura e per spiegare quanto sia rischioso resistere al dolore. Da un atteggiamento ritenuto scioccamente “stoico”, deriva infatti il rischio di cronicità, con complicazioni quali depressione e disabilità.


Le malattie reumatiche ne sono la causa principale: secondo le stime più recenti, infatti, in Italia la prevalenza di tali affezioni, associata all’età media crescente della popolazione, è compresa tra il 10 e il 18 per cento. La FADOI, Federazione dei Dirigenti Ospedalieri Internisti Italiani, ha da qualche tempo intrapreso il progetto Volare, un programma formativo abbinato ad uno studio clinico osservazionale, per poter garantire diagnosi più accurate e per educare i pazienti al riconoscimento e ad una consapevolezza maggiore della loro malattia.


Infatti, secondo quanto emerge anche dal sondaggio di Demoskopea, il paziente spesso non è in grado di affrontare correttamente una manifestazione dolorosa anche banale, ma piuttosto resiste al dolore e quando decide di trovare sollievo nei farmaci prende quello a cui è più abituato. Anche se gli italiani danno grande fiducia al proprio medico, dal quale si sentono pienamente capiti e curati, c’è sempre una grande fetta di popolazione (il 25 per cento) che testardamente non molla e dichiara: “Anche se soffro, io i farmaci non li prendo”.


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