Donne e carriera: un’indagine del cnr rivela he sono ancora discriminate.

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“Quote rosa”: se ne parla nella politica ma anche nella ricerca, dove le differenze di genere esistono e interessano soprattutto i vertici delle carriere.


“In Italia solo 2 rettori su 83 sono donne, le docenti ordinarie ammontano a 2.800 su un totale di 18.000 (il 15,9 per cento), nessuna risulta tra i presidenti di grandi enti di ricerca nonostante le donne costituiscano ormai la maggioranza delle laureate in alcune discipline scientifiche”, ha dichiarato Sveva Avveduto, ricercatrice dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle ricerche, prima di partire per Parigi dove, dal 16 al 17 novembre, si è tenuto un convegno dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) Women in scientific careers: unleashing the potential, dedicato alle differenze di genere nel mondo scientifico.


Sul tavolo dell’incontro la questione: come “liberare” il potenziale costituito dal capitale umano femminile, la cui mancata valorizzazione, stando alle dichiarazioni del World Economic Forum Report on Gender Gap del 2005, che misura la performance economica di cinquantotto nazioni in relazione alla partecipazione femminile, rappresenterebbe uno spreco di risorse intellettuali, di investimenti sociali ed economici, con il conseguente indebolimento della competitività dei paesi.


Questo il quadro che emerge dall’indagine condotta tra le nazioni dell’Ocse dal gruppo presieduto dalla ricercatrice del Cnr: “l’Italia rispetto alle altre nazioni, fa rilevare una buona presenza femminile negli studi scientifici. Nel 2004, su 18.886 laureati in scienze matematiche, fisiche e naturali, 9.831 erano donne; dei laureati in farmacia, per un totale di 5.219 studenti, 3.683 appartenevano al gentil sesso, che detiene il primato anche tra i laureati in medicina con 19.920 rappresentanti su un totale di 29.439 studenti. Gli studi ingegneristici invece rimangono tuttora saldamente maschili: 27.918 ragazzi contro 6.625 ragazze”.


Nonostante rappresentino ormai una quota molto considerevole della popolazione laureata, soprattutto in alcune discipline scientifiche nelle quali coprono circa i due terzi, le donne in cattedra e in carriera sono ancora poche. “Le ricercatrici costituiscono il 44,3 per cento e le docenti con il profilo di associato il 31,4 per cento; negli enti pubblici di ricerca sono pari al 38,4 per cento; mentre nelle imprese costituiscono il 18,9 per cento del totale ”. Il mondo dell’industria si rivela dunque molto più “maschilista” di quello degli enti pubblici.


Se si sposta lo sguardo al di là dei confini italiani si nota complessivamente che “nei Paesi Ocse il 30 per cento dei laureati in discipline scientifiche e dell’ingegneria è rappresentato da donne, che si attestano con il 60 per cento nel settore delle scienze della vita e con circa il 30 per cento nell’area informatica. È aumentato inoltre il numero delle ricercatrici: la percentuale oscilla tra il 25 ed il 35 per cento del totale del personale di ricerca nella maggior parte dei Paesi, con la sola eccezione del Giappone e della Corea i cui valori raggiungono appena l’11 per cento”.


La distribuzione nei settori d’impiego varia considerevolmente: mentre negli Usa due terzi delle ricercatrici lavorano nell’ambito produttivo, solo il 17,5 per cento delle europee e il 6 per cento delle giapponesi sono occupate nell’area della ricerca industriale. Biologia, agraria, scienze della salute e farmaceutica sono i settori più gettonati, mentre ingegneria, fisica e informatica sono discipline ancora prevalentemente maschili.


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