Educazione: quando scappa la parolaccia

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Si comincia con il primo “No, no e poi no” nelle materne e si arriva al “Non me ne frega niente” (o peggio) degli anni della scuola. Complice anche una società che ha “sdoganato” l’insulto – presente oramai dappertutto, dalla televisione al Parlamento – i bambini di oggi appaiono sempre più “sboccati” e irriverenti. Gettando in molti casi nella disperazione i genitori, spesso incapaci di correggere il linguaggio volgare dei propri figli.



A cercare di capire le motivazioni (e di correggerle) di un crescente ricorso agli insulti e alle oscenità più grevi dei più piccoli ci prova Nessia Lanadio, giornalista (già direttrice di Donna e Mamma e Insieme) e studiosa di problemi di psicologia infantile, nel suo ultimo libro “Parolacce e rispostacce” (Red Edizioni, 96 pagine, 16.000 lire-8,26 euro). Una guida utile per i genitori, ma anche per insegnanti ed educatori.



“I nostri bambini – scrive la Lanadio – più che creatori del linguaggio scurrile, ne sono inerti ripetitori. Spesso senza nemmeno comprenderne appieno il significato, o addirittura pensando di riprodurre il legittimo linguaggio da adulti”. Conferma Franco Frabboni, del dipartimento di Pedagogia dell’Università di Bologna: “In gran parte è una conseguenza del nostro comportamento, perché di fronte ai figli ci si autocensura meno di quanto non avveniva un tempo. La controprova sta nel fatto che i bambini, a scuola, dicono meno parolacce perché le maestre sono meno tolleranti dei genitori”.



Tutto comincia dai primi no, ancora prima dei due anni (stranamente i bambini imparano prima il “no” e solo dopo i “sì”). In questa fase il bambino sta provando i suoi limiti e sta al genitore cercare di imporre delle regole. Con fermezza ma senza eccedere e, spiga la Lanadio, anche con rispetto: “Si tratta piuttosto di creare (nel bambino) un riferimento interno, una voce che dica: «Questo si può fare, questo no». In tal modo le regole non diventano un’imposizione esterna, ma sono interiorizzazioni e portano il bambino a chiedersi: «Chissà se questo dispiacerebbe a… ? »”.



Dall’età dell’asilo il bambino comincia ad usare le parolacce più forti ponendosi degli interrogativi: «Come mai alcune parole sono più forti delle altre? Perché riesco a far piangere un mio amico senza averlo picchiato?» La reazione migliore non è lo sdegno né l’ironia ma quella che gli psicologi chiamano: estinguere le ricompense. Ovvero ignorarle o almeno dare loro meno peso possibile. Dopo i 3 anni, poi, bisogna insegnare ai nostri figli la piena padronanza del linguaggio, aiutandolo ad arricchirlo con l’esempio e a capire le reazioni che le sue parole suscitano negli altri. E’, insomma, l’arte di parlare con un bambino, imparando anche ad ascoltarlo.




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