Fotografia: le cicatrici della guerra

Cultura - Arte



Una foto come testimonianza. Magari rischiando anche di prendersi qualche pallottola. E´ il mestiere del fotoreporter di guerra, che ha antenati celebri come il grande Robert Capa, fondatore della Magnum, la più grande agenzia di reportage fotografici al mondo, morto nel 1954 mentre fotografava una pattuglia dell´esercito americano in Indocina, dopo aver calpestato proprio una mina nascosta. O W. Eugene Smith, che riportò gravi ferite mentre durante la battaglia nel Sud Pacifico nel ´45, e morì nel 1978, poco dopo aver documentato i terribili effetti dell´inquinamento da fosforo sugli abitanti della cittadina giapponese di Minamata.




Erede di questi grandi oggi è l´americano James Nachtwey, forse il più grande fotoreporter vivente, cui è dedicata una mostra assolutamente da non perdere al Palazzo delle Esposizioni di Roma (sino al 25 giugno; orario 10-21; chiuso il martedì; ingresso 15.000 lire), organizzata dall´agenzia Contrasto. Nachtwey fa parte di quella razza rara di uomini che non hanno paura del rischio pur di documentare con uno scatto le tragedie dei nostri giorni.




L´Occhio Testimone comprende 139 fotografie tra bianco e nero e colore di Nachtwey. Una collezione di immagini che va dal 1981, anno del suo primo fotoreportage sul conflitto in Irlanda pubblicato come free-lance su Newsweek, ai giorni nostri che compongono una sconvolgente documentazione sulla guerra, la storia della profanazione della vita ma anche un omaggio alla vitalità dello spirito umano che comunque sopravvive, nonostante le orrende circostanze in cui a volte la storia lo costringe. L´esposizione si divide in undici sezioni: Fatti di guerra, Romania, Sudafrica, Cecenia, Delitto e Castigo in America, Balcani, Indonesia, Afghanistan, Ruanda, Europa dell´Est e Carestie in Africa.



Nato nel marzo del 1948 a Syracuse, nello stato di New York, Nachtwey è membro dell’Agenzia Magnum dal 1986. Ha lavorato negli ultimi diciassette anni, in zone del mondo in cui la miseria, la violenza e la distruzione sono all’ordine del giorno. Fotografo di guerra per scelta, ma dichiaratamente contro la guerra, ha creato immagini che sono diventate delle icone, come quella del manifesto della mostra, con la faccia martoriata di un ragazzo hutu, ridotto alla fame e sfigurato a colpi di machete. Per le quali è stato insignito di moltissimi premi, tra cui varie volte il World Press Photo per la migliore foto dell´anno.




Vedere una persona che muore di fame - ha scritto Nachtwey sul Corriere della Sera - è estremamente difficile. Concentrarsi su qualcuno in agonia per realizzare un buono scatto è ancora più difficile, ma mi aiuta pensare che qualcuno si confronterà con quelle immagini. Comunicare porta a una consapevolezza dolorosa che pretende da noi una risposta. La natura di quella risposta diventa la misura di chi siamo, in quanto esseri morali. Vorrei che il mio lavoro entrasse nella nostra storia visiva, nella coscienza collettiva. Io ho visto, e queste foto sono la mia testimonianza. Le persone che appaiono in questa mostra hanno diritto al nostro rispetto e al nostro tempo.


Tag:


Presente in:

Cultura - Arte

CONDIVIDI CON I TUOI AMICI E CONOSCENTI
Partecipa anche tu alla discussione *
Elenco articoli in archivio
Selezionare l'anno

(non ci sono ancora articoli in archivio per questa sezione)