Il matrimonio non è superato, la convivenza è accettata socialmente.

Cultura - Attualità



Le opinioni degli italiani relative alla famiglia, al divorzio e ai figli; le intenzioni di fecondità, il senso di fiducia verso le altre persone, le intenzioni di uscire dalla famiglia di origine dei giovani adulti: questi sono alcuni dei dati contenuti nel Strutture familiari e opinioni su famiglia e figli, presentato alcuni giorni fa dall’Istat e frutto di un’indagine svolta nel novembre 2003 su un campione di oltre 19 mila famiglie.


Più della metà degli italiani intervistati dall’Istat pensa che il matrimonio non sia da considerarsi un’istituzione superata, anche se la convivenza è sempre più considerata una delle possibilità della vita di coppia. A favore di quest’ultima soluzione sono soprattutto i residenti al Nord e gli under 34.


Se poi un’unione coniugale dovesse un giorno rivelarsi infelice, al divorzio, anche in presenza di figli, si dichiara favorevole il 71,1 per cento delle donne e il 66,2 per cento degli uomini. Per quanto riguarda i figli, il loro affidamento alla madre in caso di scioglimento dell’unione trova d’accordo solo un terzo della popolazione di riferimento e meno di un terzo, invece, approva la possibilità che una donna abbia un figlio in assenza di una unione stabile.


Il lavoro realizza le donne italiane? Che quello domestico dia ad una donna la stessa soddisfazione di un lavoro retribuito è vero solo per il 22,7 per cento del campione. In generale, poi, l’occupazione e la situazione economica non ci fanno dormire sonni tranquilli quanto invece la sfera familiare, la salute e persino le condizioni abitative, che rappresentano una fonte di serenità per oltre l’80 per cento delle persone. Ad avvertire un maggior senso di difficoltà rispetto alla propria situazione economica e al proprio lavoro sono soprattutto i più giovanigli abitanti delle Isole e delle aree urbane, che hanno manifestato uno scarso ottimismo per i tre anni successivi all’intervista.


Sarà forse l’incertezza nutrita verso il futuro che induce solo il 17,9 per cento degli italiani ad essere d’accordo con l’affermazione che “al compimento della maggiore età si debba lasciare la casa dei genitori”, con lievi differenze per età e genere. La quota di contrari ad un modello di uscita precoce dalla casa dei genitori è elevata soprattutto tra le donne di 45-49 anni (59,6 per cento), che potenzialmente rappresentano la generazione delle madri, ma anche i giovani tra i 18 e i 24 anni, che vivono ancora con i genitori, posticipano l’età a cui ritengono sia giusto lasciare la famiglia di origine (non prima dei 25-26 anni).


Il matrimonio è il motivo più indicato per abbandonare il nido familiare; seguono l’esigenza di autonomia e di indipendenza, il lavoro e la convivenza. Sono soprattutto le donne ad indicare come motivo di uscita il matrimonio, mentre gli uomini sono spinti alla scelta maggiormente dal lavoro e dalle esigenze di autonomia e indipendenza. Ma cosa migliorerebbe o peggiorerebbe con l’uscita dalla famiglia di origine? Per i giovani adulti intervistati (18-39 anni), lasciare famiglia di origine avrebbe un impatto positivo sia sulla indipendenza personale sia sulla vita sessuale. Inoltre alla domanda “sarebbe meglio o peggio per la gioia e la soddisfazione che riceve dalla vita?”, solo poco più di un terzo ha risposto che si aspetterebbe un miglioramento. La maggior parte dei giovani invece non si aspetta cambiamenti dall’uscita da casa nelle opportunità di lavoro, mentre il 42,7 per cento ritiene che ciò possa significare un peggioramento della situazione economica. In generale sono i più giovani ad enfatizzare gli aspetti positivi legati all’uscita dalla famiglia di origine.


Un´altra sicura causa di un futuro peggioramento della situazione economica, ma anche della propria libertà e delle opportunità lavorative è l’arrivo di un figlio, che, d’altro canto, è ritenuto da più del 60 per cento delle coppie quale motivo di gioia e di soddisfazione, nonché come la possibilità di un maggiore avvicinamento con il partner. In Italia, dunque, si fanno meno figli di quanti se ne desiderino. Il numero medio desiderato, infatti, è pari a 2,1, molto più alto degli attuali livelli di fecondità (1,3 figli per donna).


Sulla decisione di avere un bambino incidono comunque vari fattori: quelli economici innanzitutto, ritenuti molto o abbastanza importanti dal 45,2 per cento degli intervistati. Seguono l’aiuto del partner e un lavoro sicuro. Per la maggior parte delle coppie (oltre il 60 per cento) le condizioni abitative, l’aiuto nelle attività di cura dei figli da parte di altri familiari non conviventi, il lavoro del partner, la salute sono poco o per niente importanti. La decisione di avere un figlio sembra dunque riconducibile a fattori di carattere più intimo. Tuttavia, le condizioni economiche, quelle lavorative, quelle abitative e la possibilità di contare sull’aiuto del partner nella cura dei figli hanno un peso maggiore tra le persone in coppia più giovani mentre perdono via via di importanza nelle fasce d’età successive.


Tag:


Presente in:

Cultura - Attualità

CONDIVIDI CON I TUOI AMICI E CONOSCENTI
Partecipa anche tu alla discussione *
Elenco articoli in archivio
Selezionare l'anno

(non ci sono ancora articoli in archivio per questa sezione)