L’italia e i suoi lavoratori del weekend

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Gli italiani sono il popolo europeo che lavora di più il sabato, in testa, con il 28,7 per cento (contro una media europea del 21,3 per cento), alla classifica dei cosiddetti stakanovisti, che in ufficio trascorrono almeno due sabati al mese. È quanto emerge da uno studio realizzato da Eurostat, l’ufficio statistico dell’unione Europea, secondo cui anche le lavoratrici del Bel Paese non sono da meno, con un 31,7 per cento impegnato il sabato (contro una media Ue del 24,2 per cento). Le più alte percentuali di presenze nel weekend si registrano nei settori della ristorazione, della sanità e della distribuzione. Fortunatamente il panorama cambia la domenica, giornata del meritato riposo, quando al lavoro si dedicano solo il 7,4 per cento degli uomini e il 5,7 per cento delle donne.


E mentre la Francia, con l’aumento delle ore di straordinario a disposizione delle aziende, dà l’addio alla legge sulle “35 ore” sperimentata per due anni e mezzo, anche in Italia si lavora più che in passato e le ore regalate alla professione sono destinate ad aumentare ancora. Lo conferma la ricerca di Eurispes dal titolo New Worker: tra precarietà, superalavoro e stress. Tale inversione di tendenza si concretizza nella compressione del tempo libero e nella crescente pervasività e invadenza del lavoro. Si lavora di più e si va verso una sostanziale commistione tra tempo libero e tempo dedicato all’azienda in cui è soprattutto il secondo a invadere il primo. E così, per chi ha iniziato a lavorare nel 2000, saranno circa 100.000 le ore lavorate nel corso dei 35 anni della propria vita lavorativa. Più del doppio delle 40.000 ore prospettate nel 1972. Il superlavoro, le cui cause vanno ricondotte alla necessità materiale o espressiva, all’imposizione da parte del datore di lavoro o a una vera e propria dipendenza psicologica, riguarda il 40 per cento degli autonomi, il 30 per cento degli interinali, il 10 per cento dei dipendenti regolari.


Tra telefonate, e-mail e pause caffè con i colleghi in alcuni casi sembra proprio che gli italiani amino trattenersi in ufficio oltre il dovuto, sovvertendo quello che sarebbe un giusto e doveroso equilibrio fra giornata lavorativa e vita privata. Ma quali sono le cause di tale “affezione” al luogo di lavoro? Domenico De Masi, professore di Sociologia del Lavoro presso l’università La Sapienza di Roma e presidente della Società Italiana per il Telelavoro, sostiene che a trattenerci in ufficio oltre l’orario concordato è la volontà di ridurre il tempo passato in famiglia e di sottrarci alle responsabilità ad esso collegate (seguire i figli nei compiti, affrontare il rapporto coniugale e le faccende domestiche). Lo conferma anche uno studio condotto dall’associazione di psicologi Help me sui manager di 685 aziende, per i quali il rientro a casa può trasformarsi in un vero e proprio incubo. E così, davanti alla prospettiva di dover affrontare la routine casalinga, i più preferiscono rimanere alla scrivania del proprio ufficio, chattando su Internet.
C’è anche chi è convinto, però, che la flessibilità e l’overtime giovino alla competitività delle aziende e ne responsabilizzino i dipendenti. Romano Cappellari, professore associato di Organizzazione aziendale alla facoltà di Economia dell’Università di Padova, ha pubblicato il testo Il tempo e il valore. Flessibilità e gestione dell’orario di lavoro, in cui sostiene che non esistono formule magiche nella gestione degli orari e che la soluzione migliore va cercata in base alle esigenze della società e del suo personale.


E se i manager italiani, in ufficio, amano fare le ore piccole, quelli americani preferiscono portarsi il lavoro in vacanza. L’ultima invenzione degli statunitensi è una postazione mobile, dotata di computer portatile connesso ad internet, cellulare, ombrellone per schermare il monitor dal sole e persino una sedia a sdraio: insomma, un kit completo noleggiabile, creato da Hilton per chi non stacca proprio mai.




NOTE: Romano Cappellari, autore del libro Il tempo e il valore. Flessibilità e gestione dell´orario di lavoro precisa che
l´overtime può essere utile alle aziende solo quando è il risultato di
una responsabilizzazione sull´obiettivo e di un coinvolgimento nel
lavoro che mette in secondo piano la misurazione del tempo (non quindi
che l´overtime responsabilizza!).
Nella maggior parte dei casi invece la richiesta ai dipendenti di un
numero maggiore di ore si scontra con i loro bisogni e finisce per
renderli meno produttivi (anche rimanendo più tempo in azienda).







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