La scienza dell’alimentazione arriva sui banchi di scuola

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Dopo l’educazione sessuale e quella stradale, ora nelle scuole sta per fare il suo ingresso l’educazione alimentare: lo ha annunciato il Ministro della Salute Girolamo Sirchia, che ha istituito la commissione “Stili di vita e salute”, formata da esperti con il compito di individuare le misure necessarie a ridurre i danni provocati dalle cattive abitudini alimentari e dagli errati stili di vita.



L’Italia, pur occupando gli ultimi posti nella classifica europea dell’obesità, è tra i primi per quanto riguarda il sovrappeso, che coivolge il 45 per cento della nostra popolazione. A esserne affetti sono in particolare i più giovani, complici le troppe ore trascorse davanti a TV e computer, nonchè la pubblicità martellante che promuove uno stile alimentare a base di snack e fast food. I bambini obesi hanno raggiunto oggi il 9 per cento della popolazione di età inferiore ai 9 anni e il 20-25 per cento tra i 9 e i 12 anni.



Il primo passo di una più ampia azione contro i disturbi legati al comportamento alimentare sarà quello di introdurre nelle scuole elementari e medie inferiori un programma di educazione alimentare, che coinvolgerà gli insegnanti delle varie materie, gli alunni e i genitori. Di attività sportiva intesa come strumento di salute si parlerà nelle ore di educazione fisica, l’evolversi della tradizione e della cultura alimentare verrà trattata invece dall’insegnante di storia e filosofia



Il direttore del Centro studi e ricerche sull’Obesità di Napoli e presidente della commissione Michele Carruba promette che non ci si limiterà alla distribuzione di opuscoli, ma che gli interventi verranno differenziati e studiati per area geografica e per età, tenendo conto non solo di chi soffre d’obesità, ma anche delle molte ragazze sottopeso, esposte alla futura minaccia dell’osteoporosi. Il progetto sarà quindi mirato innanzitutto a formare gli educatori: dagli insegnanti ai genitori, responsabili primi delle abitudini alimentari dei figli. Uno studio condotto dal Baylor College of Medicine di Houston ha infatti dimostrato che il buon esempio a tavola vale più dell’insistenza per incoraggiare i più piccoli a preferire frutta e verdura ai cibi ricchi di grassi. Altro luogo d’intervento obbligato saranno le mense scolastiche, sui cui tavoli rimangono, a fine refezione, gli avanzi di metà pasto. Le pietanze servite dovranno essere nutrizionalmente coerenti con gli insegnamenti proposti e forse i pasti potranno essere preceduti, come già accade nelle scuole statunitensi, da momenti di attività ludica che stimolino l’appettito.



Con le famiglie e gli educatori potranno collaborare le Unità Operative di Nutrizione, costituite dalle Asl in questi ultimi anni. Composte da medici specializzati e dietisti, si occupano della prevenzione nutrizionale e progettano le modalità di intervento sul territorio interessato, lavorando con i pediatri e mettendo a disposizione delle famiglie materiale informativo. Ma il buon esempio viene anche da alcuni operatori commerciali, come la Coop, che da tempo ormai organizza interventi nelle scuole e laboratori di cucina, accompagnando i ragazzi al supermercato ed insegnando loro a fare una spesa “intelligente”.




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