Lavoro: da co.co.co. a co.pro.

Economia - Lavoro



In molti hanno ironizzato sull’acronimo con cui sono stati ribattezzati: “co.co.co.” , ovvero collaboratori coordinati e continuativi. Un piccolo esercito di quasi 3 milioni di lavoratori (soprattutto donne) che, al di là della autonomia di gestione del proprio tempo, racchiude lavoratori spesso precari e rapporti di subordinazione mascherati. Per questo dal prossimo anno, con l’introduzione della legge Biagi, tutti i contratti di questo tipo scompariranno lasciando il posto a nuove forme di lavoro, quali ad esempio le “collaborazioni a progetto” .



Con la scomparsa dei “co.co.co.” tramonta un’epoca breve ma intensa per il mercato del lavoro, iniziata dieci anni fa con il riconoscimento da parte del fisco e della previdenza, grazie alla riforma Dini, di queste particolari collaborazioni. Ma adesso si volta pagina, e tutti i contratti stipulati prima dell´entrata in vigore della legge Biagi (il 23 ottobre del 2003) dovranno trasformarsi in nuove forme (sopravvivranno ancora per un anno solo le collaborazioni rinnovate con un accordo di transizione con i sindacati). Anche se le incognite sul futuro dei milioni di precari è tutt’altro che scritto definitivamente.



Ma chi sono davvero i “co.co.co.”? Secondo un’indagine sul lavoro atipico, svolta in collaborazione tra il Censis e l´Iref (l´istituto di ricerche che fa capo alle Acli), sono quattro le principali categorie che rientrano in questa definizione: i “surfisti” , che hanno un´idea positiva della flessibilità e la vivono come un percorso professionale, i “sospesi” , tra un lavoro che oggi c´è e domani potrebbe non esserci, i “novizi” , che vedono in queste forme contrattuali una prima porta d´ingresso nel mondo del lavoro, ed infine i “naufraghi” , ovvero coloro che percepiscono il lavoro di co.co.co. come l´unica zattera alla quale aggrapparsi nell´oceano di un mondo del lavoro che non riserva loro né opportunità né formazione.



Il cambiamento servirà a regolarizzare questi semi-precari? Secondo il ministero del Welfare, sì. In pratica, con il decreto 276 (del 10 settembre 2003), il rapporto tra il lavoratore e l´azienda sarà più tutelato perché dovrà basarsi sulla realizzazione di un progetto preciso (da cui il nuovo nome di “collaborazioni di progetto”) gestito autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato. Alla scadenza del progetto, il lavoratore avrà tre possibilità: diventare un dipendente a tempo indeterminato, essere impegnato in un altro progetto temporaneo o iniziare una collaborazione con un’altra azienda.



Ma sarà davvero così? Secondo molti giuristi del lavoro i rischi che la cosa non funzioni sono molti. E una prima conferma arriva anche dai dati di una ricerca svolta a Milano dal Nidil, il sindacato della Cgil che si occupa dei nuovi lavori: solo il 3% dei vecchi contratti di collaborazione si sono trasformati, nel periodo giugno-settembre 2004, in contratti standard di lavoro dipendente, mentre è anche emerso un fenomeno nuovo e non previsto, ovvero che il 26% dei collaboratori è stato costretto ad aprire una partita Iva pur di non perdere il posto di lavoro, diventando di fatto un lavoratore autonomo.


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