Lavoro e felicità: un binomio possibile?

Economia - Lavoro



Può la professione regalarci la felicità? Un’unica risposta non troverebbe tutti d’accordo, ma quello che è certo è che il lavoro costituisce sicuramente una parte irrinunciabile della nostra vita.




A misurare le soddisfazioni legate all’ambito lavorativo hanno provato due sociologi francesi, Christian Baudelot e Michel Gollac, con uno studio durato tre anni e confluito nel libro Lavorare per essere felici?. Le oltre seimila inteviste realizzate tra le file del popolo dei lavoratori hanno permesso di stilare una classifica per alcuni versi curiosa: in testa, tra coloro che si dichiarano felici della propria professione, si piazzano i sacerdoti, dei quali otto su dieci dicono di trarre grandi soddisfazioni da ciò che fanno. Li seguono artisti, manager, funzionari statali con incarichi dirigenziali, insegnanti. Agli ultimi posti, invece, ci sono gli operai non classificati, gli agricoltori, gli autisti. Le gerarchie sociali sussitono e ad essere felici della professione sono soprattutto le élite culturali ed economiche. I liberi professionisti e i manager si augurano addirittura che i propri figli seguano la loro strada, convinti che garantisca l’autorealizzazione.



Ma sono molti anche coloro che del proprio lavoro non hanno una buona opinione: l’ideologia del benessere in ufficio, che si sta diffonendo sempre più, non viene certo in aiuto a chi è scontento, costretto così a vivere la propria condizione in maniera ancor più frustante.




E in Italia qual è la situazione? Da un sondaggio condotto da Riza Psicosomatica lo scorso ottobre, emerge che l’ufficio è la tomba della felicità per sei italiani su dieci. Più della metà dei nostri connazionali ha confessato di abbandonarsi dalla tristezza quando si trova sul posto di lavoro e molti iniziano a deprimersi la domenica sera, al pensiero che dopo poche ore dovranno affrontare la routine quotidiana. Ad influire sull’umore con cui si affronta l’ufficio sembra intervenire anche il clima: secondo Riza il Nord risulta essere la zona più malinconica, mentre a Palermo, Napoli e Roma si è ancora capaci di sorridere. Ma il primato di città più triste se l’aggiudica il triangolo industriale composto da Genova, Milano e Torino.




Il lavoro aiuta a realizzarsi, secondo i sociologi, solo se è creativo e permette a chi lo svolge di muoversi con una certa autonomia. Le professioni ripetitive, noiose o troppo faticose rischiano di diventare alienanti. Qual è allora la ricetta della felicità? Ce la suggerisce la corrente americana della new simplicity, che ha fatto del magazine del gruppo Time Real Simple la sua fortuna. Il manuale Simply your work life di Elaine St. James, da qualche giorno anche nelle librerie italiane (edito da Tea Libri), invita chi si sente esausto e stressato dal proprio lavoro a “disfarsi delle frustrazioni derivanti dall’analisi continua di un torrente di libri, cd-rom, videotape e newsletter”, per imparare ad apprezzare la vita semplice. Secondo l’americano Trend’s Research Insitute, la semplificazione è la vera tendenza del millennio. Non occorre lavorare a ritmi frenetici: basta sapersi organizzare ed ottimizzare i tempi. Mantenendo l’attenzione quando serve e semplificando la vita lavorativa, aumenta la concentrazione, si riesce ad essere più efficaci e produttivi. E ad ottenere tempo libero da dedicare ai propri interessi, alla famiglia, agli amici.



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