Linguaggio: abbasso il maschile

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Ingegnere? No, ingegnera. Vigilessa? Sbagliato, si dice la vigile. Quanti sanno usare correttamente, e senza pregiudizi sessuali, la lingua italiana? Pochi, stando a quanto lamenta la presidente della Commissione Pari Opportunità, Silvia Costa, che lancia il guanto della sfida a colleghi, accademici e gente comune: Basta con il maschilismo linguistico - lamenta la ministra - è ora di cambiare le regole che cancellano l´universo femminile.

La battaglia prosegue già da un po´ d´anni nelle aule del Parlamento e nelle accademie linguistiche, ma di rivoluzione non si può parlare. Molti colleghi non si dimostrano affatto propensi a cambiare le proprie abitudini e dunque la Commissione ha deciso di ristampare il libretto della linguista Alma Sabatini, dal titolo Il sessismo nella lingua italiana. Basti pensare, ad esempio, che ancora oggi per indicare l´essere umano si usi, invariabilmente, il termine uomo.

Silvia Costa lancia il sasso, dunque, e a raccoglierlo ci pensa il professor Ghino Ghinassi, direttore del periodico Lingua Nostra, che, pur concordando con la presidente, ammonisce: Occorrerà che una nuova regola trovi terreno fertile nella gente per diventare di uso comune. E questo è forse il punto dolente della questione: cosa ne pensa la gente comune, e le dirette interessate, di come nel nostro parlare quotidiano sia considerata normale l´esclusione della donna?

Il fenomeno cui si assiste, lamentano le protagoniste della polemica, è che anche nelle donne l´abitudine è dura a morire. In particolare per la paura di perdere considerazione una volta raggiunti posti di potere. Più le donne occupano posizioni forti, più le loro qualifiche vengono indicate con termini pensati per l´uomo. Spiega Bia Sarasini, ex-direttrice di Noi Donne. Anche le donne, dunque, dovrebbero esigere che le proprie qualifiche siano coniugate al femminile. Iniziando a diffondere una buona abitudine perché, come ci ricorda l´antropologa Gioia Longo: La lingua è qualcosa di vivo, ed è assai più facile che venga riscritta dal basso, dalla quotidianità piuttosto che dall´alto di un manuale. Tenendo ben presente che aggiungere una a alla fine di una parola non è un gioco lessicale. E´ la definizione di un´identità faticosamente conquistata.

E tu cosa ne pensi? Preferiresti essere chiamata dottora rivendicando la tua identità femminile, o dottoressa piegandoti al maschilismo secolare della lingua italiana? Rispondi al nostro sondaggio, oppure scrivi il tuo parere nella message board.



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