Maternità: a casa dopo il parto.

Economia - Donne al lavoro



Famiglia o lavoro? Un dilemma che trova, sempre più spesso, una sola e unica risposta, soprattutto dopo un parto: meglio restare a casa a badare al neoarrivato piuttosto che pensare di tornare subito in ufficio. E’ questa la scelta di una mamma italiana su cinque, che oggi avviene con sempre maggior frequenza rispetto e al passato e, cosa che può sembrare paradossale a prima vista, capita soprattutto nelle famiglie con i redditi più bassi, ovvero con le maggiori difficoltà economiche.



Gli ultimi dati, ricavati da un’indagine dell’Ufficio regionale del lavoro di Milano (su 5.519 donne), hanno evidenziato, infatti, come nel 2003 le neomamme che hanno abbandonato la propria occupazione siano salite del 7,2 per cento rispetto all’anno precedente. Una tendenza confermata anche dall’analisi della situazione professionale femminile elaborata qualche mese fa da Istat e Cnel: il 20,1 per cento delle mamme italiane impiegate in uffici, fabbriche e attività private non lavora più, dedicandosi solo al neonato e alla famiglia.



Una percentuale che sale nel meridione, dove le neomadri che non lavorano più un anno e mezzo dopo la nascita del primo figlio sono quasi una su tre (30 per cento), mentre al nord sono il 18 per cento. “I rischi più grandi – spiega Sabina Prati, curatrice di uno studio dell’Istat sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro – si riscontrano per le più giovani, in maniera accentuata nel Mezzogiorno e nelle Isole. Dopo i 40 anni invece le probabilità di abbandonare il lavoro sono più alte nel Settentrione”.



Dati allarmanti, che confermano ancora una volta come per le donne conciliare famiglia e carriera sia sempre più difficile. Tra le motivazioni che spingono migliaia di mamme a scegliere la prima ci sono gli orari di lavoro poco flessibili, le difficoltà e i costi troppo alti da sostenere per una baby-sitter o per l’asilo e lo scarso aiuto da parte del partner. Nonostante la recente possibilità di richiedere un congedo familiare anche per i padri, questa viene quasi sempre disattesa.



E che le difficoltà economiche restino un punto cruciale, lo dimostra il fatto che le neomamme che interrompono il lavoro sono soprattutto quelle dei ceti più bassi. “Quelle che lasciano – dice ancora la Prati – sono madri che hanno un lavoro precario, poco retribuito e poco gratificante. Preferiscono dedicarsi al bambino piuttosto che continuare a lavorare. Il lavoro, senza nonni cui affidare i bambini o se non si ha accesso ai servizi pubblici per l’infanzia, è spesso senza alcuna convenienza economica. Il più delle volte, anzi, è una scelta decisamente svantaggiosa”.




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