Mercato del lavoro in italia: secondo il censis poca mobilità ne è la principale caratteristica.

Economia - Lavoro



Cambiare lavoro è sempre più difficile e chi ne ha uno cerca di non farselo scappare. Continuano a decrescere anche il lavoro autonomo (-2,7 per cento dal secondo trimestre 2004 allo stesso periodo del 2005) e quello dipendente part-time, con un conseguente ridimensionamento di due fra le valvole di innovazione più importanti per il nostro sistema produttivo, dato che uno introduce elementi di nuova organizzazione del lavoro, l’altro invece simboleggia il desiderio di rischiare, che in questo momento appare un po’ offuscata. Sono questi alcuni dei risultati del 39° Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale in Italia.


Non abbiamo ancora finito di assimilare nelle pieghe del sistema produttivo, le opportunità e le fatiche collegate all’introduzione di modalità flessibili di impiego, che dall’esterno sembra arrivare un vento di maggiore impegno sulle tutele e sul sostegno alla continuità e alla stabilità del lavoro. Ci potremmo ritrovare persino impreparati, dopo tanto tempo trascorso ad esorcizzare il lavoro dipendente, a doverlo riesumare come valore e addirittura come obiettivo, poiché il vento spira esattamente in questa direzione. La crescita dell’occupazione in quest’ultimo anno è stata trainata, infatti, esclusivamente dal lavoro dipendente, che ha registrato, tra 2004 e 2005 (il dato si riferisce al II trimestre) un incremento del 2,4 per cento.


Il futuro della flessibilità gioca sul piano dei tempi di lavoro, che possono consentire l’adattamento alle esigenze sociali che cambiano. Ad oggi in Italia, ben il 33,8 per cento degli occupati alle dipendenze svolge il proprio impiego in orari disagiati, ovvero di sera, di notte, nei week-end oppure a casa oltre l’orario abituale; a questi se ne aggiunge un altro 19,8 per cento, cui capita invece saltuariamente di dover lavorare in orari “pesanti”, per un totale di circa 8 milioni 638 mila lavoratori, vale a dire 53 ogni 100.


L’orario “atipico” più diffuso è il lavoro di sabato, che interessa ben il 29,5 per cento dei lavoratori italiani, seguito dal lavoro serale, dal lavoro domenicale e da quello notturno, che coinvolge complessivamente il 5,6 per cento degli occupati dipendenti.


Alla disponibilità a lavorare con ritmi diversi e di più (sono infatti circa 992 mila, vale a dire il 4,4 per cento degli occupati, gli italiani che nel 2004, secondo la nuova rilevazione sulle Forze di lavoro, hanno dichiarato di voler lavorare più ore alla settimana), però, corrisponde una certa rigidità retributiva, legata anche a precise divaricazioni. Guadagnano indubbiamente di più i maschi, in particolare gli over 60enni con un background conoscitivo consolidato sia da studi di livello superiore sia da anni di esperienza e di anzianità aziendale. L’esercizio di funzioni dirigenziali e di responsabilità assicura un surplus economico considerevole rispetto alla remunerazione base, così come lavorare in un’impresa di grandi dimensioni del terziario offre un ulteriore valore aggiunto agli incrementi salariali già consolidati.


Il luogo di lavoro sta diventando sempre meno un posto felice: ogni giorno vi si consuma silenziosamente una varietà di soprusi, alcuni dei quali lesivi della persona. Per dare un’idea della loro diffusione si pensi che oltre un individuo su dieci ha dichiarato di aver subito una lesione dei propri diritti di lavoratore e di uomo. Se si rapporta tale quota all’intero universo degli occupati si ottiene che 2 milioni 700 mila occupati hanno subito un sopruso: il 66,7 per cento di questi risulta essere uomo, mentre il 63 per cento ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni.


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