Multilinguismo e’ meglio?

Cinema - Film



Nel frattempo ha vinto anche nove premi Cesar e si è guadagnato una candidatura agli Oscar 2010 come miglior film straniero.
Il 19 marzo è uscito sugli schermi italiani, ma è molto difficile riuscire a vederlo non essendo un film di cassetta sorretto da faraoniche campagne pubblicitarie.

Perché vi consigliamo di cercarlo nei cinema?
Il regista Jaques Audiard è da sempre un maestro nel catturare lo spirito caotico del tempo moderno e trasferirlo nei suoi film, grazie alla sua capacità di ascoltare il ritmo delle strade e di seguire le traiettorie angolari della vita contemporanea. Il punto di forza del suo nuovo film è l´uso di lingue diverse: un turbinio di francese, arabo e corso che farà girare la testa ai traduttori ma che sottolinea intelligentemente il caos multiculturale e il groviglio idiomatico presenti nella vita sociale ed economica delle capitali del mondo… insomma, l’idea di fondo è che in un mondo globalizzato e frenetico il futuro è dei poliglotti.

Naturalmente l´inglese è ancora la lingua dominante, nel cinema come altrove. Tuttavia cresce sempre di più la sensazione che esso non sia più lo specchio della realtà. L´inglese è in competizione dinamica con altre lingue, e di conseguenza con diverse prospettive.
Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena (Tahar Rahim) non sa né leggere né scrivere. In prigione Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa che spadroneggia nel carcere in contrapposizione a quella mussulmana, Malik è costretto a svolgere numerose “missioni”, che però lo fortificheranno e gli meriteranno la fiducia del boss. Malik è coraggioso, impara alla svelta e non esiterà a elaborare un suo piano segreto.

Il film di Audiard è costruito interamente sulla drammatizzazione delle differenze culturali. Il linguaggio, e la capacità di maneggiarlo, è il centro di tutto. Il francese è la lingua franca all´interno della prigione, ma è la capacità di Malik di utilizzare altre lingue che caratterizza la trama e l´ascesa al potere del protagonista.
Proprio in questo senso Malik è il profeta del titolo – molto più che per le scene di chiaroveggenza che abbondano del film – perché è in grado letteralmente di vedere oltre gli altri: unico capace di parlare tre lingue, riesce a comprendere e manipolare sia la fazione araba che quella corsa. Il film riesce così a catturare anche il lato oscuro del linguaggio, ovvero il suo legame con il potere: come simbolo di appartenenza può essere usato per includere ed escludere a piacimento gli altri individui. La dinamicità del linguaggio mette a disposizione di chi lo padroneggia come Malik una quantità infinita di doppi sensi, incomprensioni ed errori più o meno intenzionali da individuare e sfruttare.

Del passato del protagonista non conosciamo nulla oltre alla vaga sensazione che sia un francese di prima generazione, tagliato fuori sia dalla società moderna sia dalle proprie radici arabe. Inchiodato in una terra di nessuno culturale, è artefice coatto del suo destino, una lezione importante per tutti gli abitanti di un mondo sempre più complesso.
Malik è quasi un ambasciatore della crescente massa multiculturale di razza mista che è un passo avanti rispetto alle vecchie monoculture. Sono loro i predestinati a prosperare, mentre le linee del mondo si avviluppano e diventano sempre più difficili da capire. Questo è il tempo dell´uomo con la valigia, dell´intermediario, dell´ambasciatore.

In altre parole: Malik è il futuro.


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