Nasce l’osservatorio lines su “donne e lavoro”.

Economia - Donne al lavoro



Una donna che desidera lavorare e che chiede aiuto per conciliare le responsabilità familiari, una donna che sa trarre motivazione dal lavoro ma che è sempre più schiacciata da priorità extra lavorative spesso non sue, fino al punto di annullare il suo io e non conoscere i suoi diritti.



Sono questi alcuni degli spunti emersi dall’indagine IPSOS promossa da Lines e coordinata da Nando Pagnoncelli (Amministratore Delegato IPSOS).



La compatibilità fra lavoro e vita privata è la “richiesta” più pressante da parte delle donne, ma non a costo di rinunciare alla propria realizzazione: l’indagine Ipsos, infatti, rileva che il 34 per cento delle intervistate preferirebbe una buona realizzazione professionale sia pure a costo di qualche rinuncia nel privato, il 46 per cento preferirebbe una parziale realizzazione con minime rinunce, solo il 16 per cento si pone come priorità la vita privata. Anche fra chi rivendica piena compatibilità fra la sfera privata e la sfera professionale, il 32 per cento non vuole rinunciare ad una buona realizzazione sul lavoro.



“Una richiesta di realizzazione che deve confrontarsi con un tasso di occupazione femminile ancora basso rispetto alla media degli altri Pesi europei, nonostante l’occupazione sia cresciuta in Italia di 8 punti percentuali negli ultimi 10 anni” sottolinea il Sottosegretario di Stato al Lavoro e alla Previdenza Sociale, dott.ssa Rosa Rinaldi.



L’indagine Ipsos ha inoltre evidenziato come in altri Paesi europei (Gran Bretagna, Germania, Francia) sia presente la “doppia gobba occupazionale” dove il tasso occupazionale femminile tende di nuovo a crescere dopo il primo figlio. In Italia, invece, avere un figlio comporta porsi la domanda se continuare a lavorare o avere cura delle responsabilità familiari. L’indagine evidenzia infatti che il tasso occupazionale tende a scendere nella fascia di età post primo figlio e il 51 per cento delle donne con due figli è casalinga.



Fra le principali cause di questo diverso trend, si evidenzia lo scarso supporto alle donne italiane da parte del welfare. Basti pensare che in Italia, ad esempio, la copertura degli asili per i bambini nella fascia di età 0-3 anni è solo del 6 per cento. In Gran Bretagna è del 63 per cento, in Francia del 29 per cento, in Germania del 13 per cento. Anche l’incidenza delle politiche a favore della famiglia rispetto al PIL sia fortemente penalizzante per le famiglie italiane. Una penalizzazione che appare più marcata considerando in maniera più ampia il “lavoro di cura”, cioè quelle responsabilità verso altri familiari spesso addossate alle donne. Sette donne che lavorano su dieci, infatti, hanno almeno una persona da accudire.



Come ha già rilevato il Censis, il 42,8 per cento delle famiglie con madre lavoratrice e figlio di età inferiore a 14 anni ha ricevuto aiuto dal sistema pubblico solo nel 2,2 per cento dei casi. La parte più rilevante di sostegno è stato generato dalla rete informale.



L’indagine offre quindi l’immagine di una donna strattonata fra responsabilità e aspirazioni nel lavoro e responsabilità gravose in famiglia. Un impegno che assorbe totalmente, a tal punto che le donne tendono a minimizzare molte delle proprie esigenze, anche afferenti la sfera della salute. Infatti, anche in caso di disturbi che possono nel tempo sfociare in patologie rilevanti, le donne preferiscono non usufruire del permesso per malattia. Questa tendenza a non curarsi di sé si riscontra anche nell’ambito della conoscenza dei diritti. L’indagine ha chiesto alle intervistate quanti dei 6 diritti più comuni dedicati alle donne lavoratrici conoscessero: il 38 per cento ne conosce 3 o 4; il 15 per cento ne conosce solo 2; il 3 per cento nessuno dei diritti considerati.



Lo scenario che l’indagine ha disegnato mostra, dunque, la necessità di sviluppare un diverso modello di welfare che, dalla logica dei trasferimenti alle famiglie, passi al sostegno dei percorsi di vita e alla creazione di nuovi servizi.




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