Politica: parlamento misogino

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Titolo di un articolo di prima pagina del quotidiano francese “Le Figaro”: “Meglio essere botswanese che italiana”. Il riferimento è all’ultimo rapporto Onu sulla partecipazione femminile al potere, che ha messo a confronto la percentuale dei seggi parlamentari occupati dalle donne, la suddivisione degli incarichi tra i due sessi e la differenza delle retribuzioni. In testa si trova l’Islanda, seguita da Norvegia, Svezia e Danimarca, tutti paesi del Nord Europa. L’Italia, invece, è al 32imo posto, preceduta da paesi africani come il Botswana (31imo), la Namibia (30imo), ma anche da Lettonia, Barbados e Bahamas.




Tutti i maggiori paesi occidentali (a parte il Giappone, 44imo) ci sono avanti. La colpa è soprattutto della scarsa rappresentanza femminile in Parlamento, che arriva solo al 10 per cento (in Svezia sono ben il 45,3 per cento, in Botswana il 17 per cento), mentre negli altri indicatori siamo, perlomeno, più avanti: la percentuale di donne manager e dirigenti pubbliche è del 19 per cento, quella delle professioniste arriva al 44 per cento e lo scarto tra gli stipendi degli uomini e quelli delle donne dello 0,45 per cento. Per questo nella classifica del livello di sviluppo umano (Hdi, human development index) saliamo al 21imo posto. Il che vuol dire che la donna che vive in Italia, almeno, è più libera di quella del Botswana.



Francamente non è che sia una grande soddisfazione. Visto che proprio quest’anno è stata approvata, con grande clamore ed entusiasmo, la modifica dell’articolo 51 della Costituzione che ha sancito l’impegno ella Repubblica a promuovere “con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne ed uomini”, era lecito attendersi qualche risultato. Invece la legge pare essere restata solo su carta. Tanto che, a peggiorare le cose, ci ha pensato anche la decisione di far “retrocedere” la commissione sulle Pari Opportunità a comitato ministeriale. Un passo indietro, invece che avanti.




Colpa delle donne o degli uomini? L’onorevole Alessandra Mussolini non ha dubbi: “Il problema sono le donne stesse, che vivono una sottomissione psicologica agli uomini e non vogliono emanciparsi. In politica le donne cercano un pigmalione uomo, altrimenti pensano di non riuscire a far carriera”. E trova d’accordo anche Daniela Santanchè: “Sì, è colpa delle donne. Preferiamo vedere andare avanti un uomo piuttosto che una nostra simile. Non è questione di leggi. Io sono stata chiamata in politica da un uomo, ma questo è avvenuto per quasi tutte noi”. Per Valeria Ajovlasit, invece, anche gli uomini hanno le loro colpe: “La misoginia della politica e dell’economia danneggiano la democrazia e lo sviluppo del nostro Paese. La scarsa presenza di donne riduce fortemente la competitività italiana”. La soluzione? “Una nuova legge elettorale con l’alternanza, ovvero il 50 per cento di donne, è la sola medicina”.



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