Politica: sono arrivate le pari opportunità

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Più donne nei posti che contano davvero? Speriamo davvero di sì. Dopo un anno di lavori, spinte, pressioni, infatti, finalmente lo scorso febbraio è stato definitivamente modificando l’articolo 51 della nostra Costituzione. Una notizia passata un po’ in sordina ma che merita di essere riportata a galla perché rappresenta un momento importante per la vita sociale e politica delle donne nel nostro paese.




Questa in sintesi la storia. L’8 marzo dello scorso anno, proprio nel giorno della “festa della donna”, la Camera aveva dato il primo “sì” alla modifica dell’articolo 51, fortemente voluta dal ministro Stefania Prestigiacomo, di fatto aprendo la strada alla concessione delle pari opportunità tra donne ed uomini nell’accesso alle cariche pubbliche ed agli uffici pubblici. Successivamente sono state necessarie anche le approvazioni di Montecitorio e dell’assemblea di Palazzo Madama prima che la modifica potesse entrare a far parte in maniera definitiva della nostra Costituzione. Cosa avvenuta, come detto, a fine febbraio di quest’anno.



In cosa consiste questa modifica? Alla frase dell’articolo (è il comma 16) “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti per legge…” è stato aggiunta l’importante condizione che “a tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. Tutto bene, almeno sulla carta, ma nella realtà?




Nella realtà l’Italia rimane, ormai da decenni, fanalino di coda nei paesi europei per presenza femminile nelle cariche politiche. Alla Camera le donne sono il 9,8 per cento, nel Senato addirittura al 7,7 per cento (ultimi in Europa e 69imi al mondo, superati persino da paesi come il Congo, il Mozambico, il Laos ed il Turkmenistan, dove le donne contano di più). Non va meglio nei ruoli pubblici: la percentuale di donne presenti nei ministeri è del 47 per cento, ma solo il 26 per cento svolgono funzioni dirigenziali




Un tentativo di riportare la situazione su binari più “democratici” è stato fatto nel 1993 con l’introduzione nelle elezioni comunali delle cosiddette “quote rosa” , ossia posti bloccati e garantiti per le donne nelle cariche politiche. Due anni dopo, però la Suprema Corte ne sancì l’incostituzionalità, invocando l’assoluta uguaglianza tra sessi. Curiosamente proprio dopo questa sentenza, la presenza femminile all’interno del Parlamento è crollata alla situazione di oggi. Che sia il caso di riprovarci?



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