Prodotti confezionati: le etichette non aiutano a sceglierli.

Cultura - Attualità



Un europeo su due (In Italia il 31 per cento), controlla regolarmente le etichette dei prodotti confezionati per verificarne il contenuto di grassi, due su cinque le guarda invece per sapere il numero di calorie e la quantità di zuccheri.


È quanto emerge dalla ACNielsen Health & Nutrition Global Consumer Survey, l’indagine semestrale unica per estensione, che individua e mette a confronto atteggiamenti e comportamenti di acquisto dei consumatori in 38 Paesi di: Europa, Asia Pacifico, Nord America e Sud Africa. Lo studio delinea quanto i consumatori in tutto il mondo comprendano le etichette dei prodotti confezionati di largo consumo, quando controllano le informazioni nutrizionali in esse contenute e a cosa pongono maggiore attenzione.


A livello globale, gli ingredienti verso i quali i consumatori pongono maggiore attenzione sono i grassi (49 per cento), le calorie (43 per cento) gli zuccheri (42 per cento), i conservanti (40 per cento) i coloranti e gli addittivi (36 per cento).


Quando si tratta di capire le informazioni nutrizionali, interviene la profonda relazione culturale e sociale con il cibo. Non sorprende, dunque, che i consumatori nord americani siano coloro che più degli altri dichiarano di comprendere “nella maggior parte dei casi” le informazioni nutrizionali delle etichette, seguiti dai latino americani e dagli europei. Per gli europei invece, e particolarmente tra coloro che risiedono in Sud Europa, è forte l’enfasi culturale e sociale di mangiare cibi naturali e sani al 100 per cento: la priorità viene data al gusto e non tanto al conto delle calorie.


Gli italiani non sembrano poi così preoccupati della linea se, come risulta dall’indagine, il 56 per cento dichiara di controllare regolarmente la quantità di conservanti e additivi, mentre solo il 30 per cento è attento al numero di calorie. Le risposte fornite da tutti i paesi del Sud Europa hanno dimostrato la loro relazione culturale con il cibo è semplice: “artificiale è cattivo, naturale è buono”.


In generale, comunque, l’Italia dimostra attenzione al tema dell’alimentazione (il 73 dei nostri connazionali ad esempio ha sentito parlare dell’Indice Glicemico) e al controllo dei grassi, soprattutto animali (il 68 per cento conosce la differenza tra grassi saturi e grassi insaturi), data la forte tradizione culinaria che predilige l’utilizzo di grassi non animali.


Poco successo riscuotono nel Bel Paese anche i cosiddetti “cibi light” (leggeri), così popolari in altri mercati, che non vanno d’accordo con la tradizione dello “slow food”, da noi creata ed incoraggiata in questi anni. “Quando le aziende alimentari hanno tentato di introdurre una gamma di prodotti leggeri hanno subito capito che gli italiani, così come gli altri sud europei non erano disposti a sacrificare il gusto per le calorie e sono stati obbligati a ripensare all’intera strategia di marketing. Oggi, nuovi prodotti alimentari e bevande che promuovono invece benefici aggiuntivi, quali vitamine hanno più successo” ha commentato Frank Martell, chief executive officer di AcNielsen Europa.


D’altronde l’indagine ha confermato come le abitudini alimentari dei sud europei che preferiscono pesce, verdure, pane, cereali, (pasta, fagioli, noci, semi) e un basso consumo di carne rossa e cibi trattati è oggi ritenuto il modo più sano di mangiare, con provati risultati di decremento del rischio di tumore e incremento delle aspettative di vita.


Ma chi sono a livello mondiale i più educati e informati sui problemi relativi alla nutrizione e alla dieta? Quando ai consumatori è stato chiesto se conoscessero le differenze distintive tra i grassi saturi e insaturi una media globale del 56 per cento ha risposto positivamente, con percentuali maggiori tra le nazioni scandinave. Inoltre il 28 per cento ha dichiarato di verificare il contenuto di carboidrati. I britannici, in particolare, controllano le informazioni nutrizionali solo quando seguono una dieta, mentre tra i Giapponesi, che culturalmente ripongono un alto livello di fiducia nei produttori ben conosciuti, addirittura il 24 per cento dichiara di non controllare mai le etichette.


In generale i consumatori, sostengono i responsabili di AcNielsen, stanno facendo le loro scelte sulla base di una comprensione limitata delle etichette e ciò che ha il sopravvento nell’orientare gli acquisti sono le relazioni sociali e culturali verso il cibo. E ciò accade anche perché troppo spesso le etichette non sono sufficientemente chiare.


In merito la nutrizionista Amanda Ursell ha scritto un libro, pubblicato da Hay House e disponibile su Amazon.com, dal titolo What Are You Really Eating and How To Get Label Savvy. “Anche come nutrizionista”, sostiene la Ursell, “trovo spesso che le indicazioni sulle etichette siano confuse e devono comunque essere lette due volte prima di poterle comprendere appieno. Con sempre più prodotti sugli scaffali dei nostri supermercati e sempre più dettagli nutrizionali e pubblicità salutistiche sulle confezioni, il problema non migliorerà di certo, anzi è destinato a peggiorare. I consumatori devono essere in grado di capire cosa significa tutto ciò e come questo si ripercuote su di loro e sulle loro famiglie. Solo allora possono sperare di avere realmente fatto scelte salutari”.


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