Scienza: di che sesso è la ricerca?

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Essere donne, nel mondo del lavoro, è sempre un handicap. E lo è anche nel mondo della ricerca. Dove le scienziate per farsi largo devono davvero sgomitare. E anche questo, spesso, non serve. Lo spiega in maniera più esauriente Figlie di Minerva (Franco Angeli Editore), primo rapporto sulle carriere femminili negli enti pubblici di ricerca italiani, curato da Rossella Palomba, dirigente del Cnr. E di recente si è mossa anche la Comunità europea, creando uno speciale organismo di vigilanza, chiamato gruppo Helsinki, con l’obiettivo di monitorare ogni forma di discriminazione nella ricerca scientifica.




“Oggi, all´inizio del ventunesimo secolo - scrive la Palomba -, esistono ancora discriminazioni tra uomini e donne in vari campi della scienza. Queste discriminazioni sono di vario genere: orizzontale, poiché le donne sono concentrate in alcuni campi scientifici, come le scienze biologiche e mediche, o in settori specifici all´interno di discipline più vaste; verticale, poiché in tutte le istituzioni scientifiche pubbliche le donne, pur costituendo in molti casi più della metà del personale scientifico, sono comunque presenti in misura molto ridotta tra i dirigenti e praticamente assenti ai vertici decisionali degli Enti pubblici di ricerca”.



L’accusa è di un vero e proprio “spreco di risorse umane” , confermato anche dai dati: tra il 1995 e il 1998, le studentesse italiane hanno ottenuto il 52 per cento delle lauree in discipline scientifiche, superando i ragazzi anche per qualità, perché hanno avuto i voti migliori. Gli enti statali hanno assunto però il 63 per cento di uomini, mandando avanti, evidentemente, anche ricercatori non troppo competenti, solo perché maschi. Dal 1999 le ricercatrici sono diventate il 60,4 per cento, ma sono rimaste ferme ai gradini più bassi. Quando si sale nella gerarchia, si scopre che le donne vengono falcidiate: ne resta solo un 6,8 per cento. Inoltre, è stato calcolato che per ottenere promozioni pari a quelle di un ricercatore, una ricercatrice deve essere 2,6 volte più brava.




Quali i motivi di una ricerca così maschilista? Primo fra tutti il pregiudizio maschile in un settore considerato poco “femminile”. Poi i soliti luoghi comuni, come la scarsa produttività delle donne nel paragone con gli uomini, l’assenteismo maggiore e via così. In effetti le pubblicazioni firmate da donne sono in numero inferiore, ma questo non giustifica lo scarso peso che continuano ad avere nei luoghi di potere. “In realtà - spiega la Palomba -, le donne concentrano la loro attività pubblicistica dopo i 40 anni, perché prima impegnate sul fronte familiare, mentre gli uomini sono molto attivi dai 35 ai 39 anni. Questo fa sì che, quando le donne sarebbero pronte per partecipare ai concorsi, trovano molti posti già occupati dagli uomini”.



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