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Dal dagherrotipo ad internet. Da Costanza Diotallevi protopornografa romana attiva nella Roma papale dei primi dell’Ottocento all’immenso “vaso di Pandora” della rete, con la sua sterminata disponibilità di immagini erotiche, a tutti i livelli di oscenità. Da Laufer, lo spacciatore di immagini oscene nella Parigi dove Louis-Jacques-Mandé Daguerre ha inventato di fresco il dagherrotipo, a Lewis Carroll, quel distinto signore inglese, professore all´università, che si fa chiamare “zio Lewis” da una donna di piacere a sua volta ribattezzatasi “Alice terza”. E’ la storia della fotografia pornografica come la racconta Ando Gilardi nel suo ultimo libro. Che rivela non poche sorprese.




Critico e storico della fotografia, fondatore della Fototeca storica nazionale di Milano, l’82enne Ando Gilardi con “Storia della fotografia pornografica” (Bruno Mondadori, 388 pagine, 32 euro) colma una grande lacuna culturale, proponendo una rigorosa e documentata storia delle immagini erotiche e pornografiche, dalle prime camere oscure alla foto digitale. La tesi di Gilardi è proprio questa: la fotografia pornografica non è un invenzione recente, ma è nata con la stessa nascita del mezzo fotografico e ne è uno dei filoni più attivi e redditizi. Basti pensare che la prima foto porno era un dagherrotipo della stessa moglie di Daguerre, l’inventore della fotografia. E la prima immagine trasmessa per internet è stato un nudo molto spinto di una bella ragazza americana.



Ed è una storia allo stesso tempo “infame” ed “eroica” , una storia fatta di uomini (e donne) che pur di cercare di rendere disponibili al grande pubblico i segreti dei corpi celati per secoli finivano per venire perseguitati e, spesso, incarcerati. Che fa riflettere, alla luce del grande utilizzo oggi, nella pubblicità come nei media, dell’erotismo più ammiccante. E che ha un recente esempio nel boom dei calendari, partito in questi giorni con il lancio di quello osé realizzato da Elisabetta Canalis per Max.




“Ho sempre pensato – ha detto Gilardi - di scrivere una storia dell’immagine sessuale. Crescendo e facendo il mestiere di fotografo e storico della fotografia mi sorprendeva, e un pochino mi indignava, che nelle storie ufficiali, molto solenni e accademiche, né alla voce corrispondente sull’enciclopedia Treccani, non si faceva nemmeno vagamente cenno a uno dei suoi usi artistici più diffusi e frequenti: cioè le foto cosiddette pornografiche, a luci rosse, di forte contenuto sessuale, sul nudo femminile, in posa o in azione. Considero questo silenzio un fatto molto significativo, e culturalmente scandaloso: corrisponde allo scrivere una storia dei trasporti senza parlare mai delle auto”.




Un libro da leggere e sfogliare – contiene centinaia di fotografie in bianco e nero, molte delle quali inedite, oltre ad immagini, stampe e dipinti d’epoca – per la grande capacità di Gilardi (già autore dello splendido “Wanted! Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnaletica e giudiziaria” e di “Storia sociale della fotografia”) di raccontare senza falsi moralismi ma con grande ironia gli aspetti sociali, economici e politici che stanno dietro alle foto porno.



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