Televisione: immagini violente, ragazzi aggressivi

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Karl Popper aveva ragione, quando una dozzina d’anni fa pubblicò un saggio che fece molto scalpore, intitolato “Cattiva maestra televisone” . Il filosofo liberista viennese, scomparso nel 1994, avrebbe sottoscritto in pieno lo studio, ultimo di una lunga serie, realizzato dalla Columbia University di New York che conferma in pieno le sue teorie. E avverte: in media un bimbo è “spettatore” di 8.000 omicidi prima di finire le elementari.



Realizzato dopo ben vent’anni di ricerche, “Bambini in comunità” rappresenta forse la più seria e completa indagine sugli effetti delle immagini violente proposte dalla televisione sui bambini. La ricerca ha coinvolto oltre 700 famiglie con bambini di due cittadine a nord di New York, che sono stati seguiti da quando avevano 5 anni, con aggiornamenti quando ne avevano 14 e 22, valutando sia quanto dichiarato dai genitori e dai figli sia quello che compariva negli archivi della polizia.



“Vedere troppa televisione – ha commentato, spiegando i risultati, lo psichiatra Jeffrey Johnson, responsabile della ricerca – si associa al compimento di atti aggressivi intorno ai 14 anni. In genere, si tratta di gesti diretti contro le persone e non di azioni contro gli oggetti, tipo il vandalismo, il furto e la piromania. E’ interessante notare che a quest’età i maschi sono molto più aggressivi delle femmine” .



Ma a 22 anni il primato si rovescia e sono le ragazze ad avere atteggiamenti aggressivi superiori a quelli dei coetanei maschi. “Forse le quattordicenni guardano con meno interesse le trasmissioni con contenuti aggressivi – spiega Johnson – perché prediligono altri generi”. Oltre alle differenze di sesso, i ricercatori hanno notato anche differenze rispetto ai contesti sociali. A famiglie con condizioni disagiate corrisponde un maggior numero di ore dei bambini davanti alla tivù e quindi un rapporto più netto con comportamenti aggressivi.



Secondo i ricercatori Usa, la relazione tra atti aggressivi e tempo di esposizione alla tivù, non è causata solo dal contenuto violento delle storie, ma anche nelle modalità tecniche con cui vengono realizzate le riprese. Inquadrature e sequenze brevissime, movimenti rapidissimi, lampi, rumori minacciosi creano uno stato di ipereccitazione del giovane spettatore, che può cercare successivamente uno sfogo nell’atto violento. Servirebbe davvero, allora, una “patente per fare televisione” come propugnava Popper?




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